Da “L’ospite”

gen
2004
01

scritto da su Poesia

Tra noi la voce non
conduce e arriva, come
phon dentro l’acqua,
ma si ferma come
d’interruttore,
acceso o spento
a casaccio.
Noi due
siamo un paese
sotto embargo,
che vive di parentesi e
silenzi, di blackout,
sì che quando la luce poi
ritorna, noi ci si è già
dimenticati cosa dire.

*

Quando scopri quei tagli lunghi,
fogli di carta o fili d’erba
che basta un solo tocco
ed è già sangue:
le tue parole
dritte ai punti morti
ai luoghi in ombra
sottili e silenziose come aghi,

mi trovo ricoperta
e non sapevo.

*

Ti traduco la vita,
attraverso il feng-shui, le ricette

ti rincollo le corde vocali
ti accordo la voce che avevi,
la lingua
che ti è scritta nel corpo

che ti ha lavato via la candeggina, il vento, l’acqua dei piatti

io te la leggo                ancora
in quelle lastre che porti in giro
come il tuo portfolio ai galleristi,

e nella polvere in fondo ai cassetti
e in quella rimasta nei guanti

in tutti questi anni di pioggia acida,
che ti ha pulito le ossa come argenteria.

*

Così ogni volta
racconti una

storia ai tuoi
fornelli, perché

risparmino te –
Sherazade,

di notti fotocopie,
osteoporosi,

di costole incrinate
come piatti,

di continuo
inciampare.

*

nkondi

Con tutto quel
metallo che ti è
dentro – calamita

del mondo -, mi
attrai le otturazioni,
i braccialetti.

Scivolo a te, col
tuo marsupio peso
di pasticche, le

conserve dei torti
subiti, da succhiarsi in
inverno per memoria:

le labbra lucenti di
quell’ascia che t’esce
di bocca.

*

Sono io che
ti ho succhiato
i polpastrelli, fino
a perderti le impronte
digitali, 
            che non
mi ritornassi ad
inquinare, che anche
tu non ti riconoscessi

come spenta la luce.

*

e quando ti sarai
spenta di fiamme,
in una scatola che
non ti è cucina,

forse le corde mi
salteranno nella
gola,
       sarà doppio
silenzio, sarà allora
solo questo mio
leggere i fondi.